Non è facile ripercorrere il cammino della Storia di Sant’Angelo
all’Esca perché non esiste una documentazione sufficientemente esaustiva sulla
specifica origine del paese, la cui popolazione faceva parte della stirpe
irpina. A tal proposito Strabone, uno degli storici più illustri dell’antichità,
afferma: “Irpini appellati lupi nomine, quem irpum Sannites dicunt”.
Gli irpini,
il cui etimo rimanda alla voce sabina Irpo e alla sannitica Irpos, traggono la
propria discendenza da popolazioni provenienti dall’Appennino centrale; queste,
capeggiate da Ebalo, furono spinte a lasciare gli avìti territori a seguito di
una terribile carestia e si stabilirono nelle contrade e nelle valli che oggi
delimitano una delle più amene zone d’Italia: la verde terra d’Irpinia.
Terra in
cui, nell’anno 512 a.C., per ordine del Senato Romano, confluirono i liguri
delle Alpi Apuane, dando luogo alla serie di contaminazioni linguistiche e
sociali, che ancor oggi caratterizzano e contraddistinguono l’idioma e le
costumanze della gens irpina.
Essa, popolazione indomita e perciò strenuamente
ribelle alla schiavitù, lottò sempre contro l’asservimento a Roma, alleandosi –
di volta in volta – con tutte le popolazioni ostili all’Urbe; pertanto, quando
Annibale invase la penisola italica, fu acclarato in Irpinia proprio perché
aveva osato sfidare la potenza e l’arroganza dell’impero: questo errore costò
però assai caro agli irpini perché, quando Roma sconfisse Annibale costrinse
loro, per vendetta, a subire vessazioni e ammende di ogni tipo. Irpini, Sanniti
e Romani, con la fine delle guerre territoriali, dovettero fronteggiare le
rivolte interne, di ordine sociale e civile; in particolare, Roma aveva
difficoltà ad imporre le proprie leggi ai popoli assoggettati, che volevano
invece mantenere autonomia e indipendenza, insieme a culti e leggi locali.
Le
popolazioni irpine ebbero il riconoscimento di due fortezze, Conza e Montella,
che funsero da baluardo per Roma;da esse dipendevano infatti i granai che
rifornivano gli eserciti romani e perciò i due paesi rappresentavano dei punti
strategici per l’economia e la difesa del territorio irpino.
Anche Sant’Angelo,
che faceva parte di un ager qui fuerat Taurasinorum, fu adibito a deposito di
granaglie; nel territorio soggiornavano i coloni romani della tribù Cornelia,
ivi stanziati per volere dell’imperatore Adriano al fine di fornire aiuto e
viveri ai romani di Aeclanum, città colonia di Roma. Sul colle in cui sorgeva il
paese fu edificato - come conferma il ritrovamento di un’epigrafe rinvenuta in
loco - un tempio a Cerere, una delle divinità romane più antiche che, per
l’appunto, era la dea protettrice delle messi e dell’agricoltura.
L’epigrafe -
dedicata ad una sacerdotessa romana, Lollia - defunta e seppellita nel tempio -
così cita: Lolliae, Primae, Sacerdoti Cereris. Lollia era dunque la prima
sacerdotessa di Cerere, dea cui ogni anno, dal 12 al 19 aprile, venivano
dedicate le Cerialie, riti propiziatori che si officiavano per lenire alla dea
il dolore che le era stato inferto dal rapimento della figlia Proserpina, ad
opera di Plutone.
Probabilmente, a questo periodo risale anche la denominazione
Escas, che fu data al luogo da quei coloni, che sul colle trovarono nutrimento,
sostentamento e cibo. Questo termine potrebbe derivare da iscas, ossia zona
umida perché abbondante d’acqua. O dall’etimo greco Escara, che in archeologia
indica l’altare su cui si immolano le vittime sacrificali, a suggello
dell’ipotesi sopra esposta, che considera il posto come culla di sepoltura della
sacerdotessa Lollia.
Il termine Sant’Angelo potrebbe invece essere considerato
un atto di omaggio all’angelo guerriero S. Michele Arcangelo, il cui culto è
ancora più che mai vivo nel paese: in realtà la figura dell’Arcangelo Michele
sostituì l’originaria divinità guerriera dei Longobardi, il dio Wotan, dopo che
le popolazioni barbare, con la caduta dell’Impero Romano, si erano stanziate nel
principato di Benevento mescolandosi alle popolazioni esistenti e convertendosi
al Cristianesimo.
San Michele Arcangelo è patrono del paese dal 1716, anno in
cui la chiesa parrocchiale fu ampliata e abbellita e quando, al culto della
protettrice - la Madonna del Rosario - fu affiancato quello di S. Michele
Arcangelo.
In fondo alla parete della navata destra della Chiesa è affissa una
lapide incisa in latino, che così si traduce: “Chiunque tu sia, che sosti qui
davanti, guarda attentamente e sostieni (anche tu) questa chiesa che ammiri.Essa
è stata dedicata alla Madre di Dio, la Vergine del Rosario, e a S. Michele,
principe degli Angeli e protettore principale del paese, dopo che gli abitanti
forestieri e compaesani, mettendo insieme il contributo di tutti, l’ hanno
edificata e poi aperta al culto, dotandola del necessario, affinché fosse una
testimonianza per loro e per tutti i posteri”.
Questo excursus attesta dunque
che i Longobardi ebbero una funzione prioritaria per l’innesto del culto di S.
Michele Arcangelo e dà testimonianza delle mescolanze di tipo religioso e
culturale che si intesserono tra popolazioni diverse, dando luogo ai regni
romano-barbarici.
Ad essi seguirono i Normanni, popolo di guerrieri e cavalieri,
che si stanziarono ad Ariano nel 1018, costruendo castelli in zone decentrate e
periferiche, isolate e lontane dalle grandi arterie.
Ferocitas e sagacitas
contraddistinsero queste popolazioni, che in Campania costituirono forme di vita
aggregata, basate sulla difesa e sugli insediamenti accentrati: il castrum era
circondato da mura con case affiancate al castello, che intessevano una cornice
difensiva intorno ad esso, fortificandolo.
L’immenso patrimonio culturale che i
Normanni hanno consegnato all’Irpinia vivifica ancora oggi il clima
intellettuale dei luoghi in cui queste popolazioni vissero.

A queste prime forme
di insediamento si sostituì poi il casale e, allora, Ruggero Borsa - che reggeva
il gastaldato di Montella - affidò il territorio in cui era compreso Sant’Angelo
alla signoria di Elia di Gesualdo. Nel 1239, il possesso del feudo passò al
barone Scweisspeunt, genero di Guglielmo il Saraceno.
Alla dinastia normanna si
sostituì poi quella sveva, con l’avvento del regno di Federico II, l’imperatore
che fu stupor mundi. A lui subentrò poi Manfredi che concesse il feudo a Tommaso
Forgia di Ariano; Manfredi, scomunicato perché non cattolico, fu poi sconfitto
da Carlo d’Angiò e nel 1252 l’imperatore Corrado IV restituì il feudo a Letizia,
figlia del Saraceno. Nel 1266 Carlo d’Angiò lo reintegrò nei possedimenti di
Elia Gesualdo e nel 1342 esso passò a Nicolò di Sant’Angelo all’Esca per essere
poi concesso - dalla regina Giovanna - ad Antonio Mazza di Salerno. Dunque, il
feudo seguì le sorti dei governanti che in loco si susseguirono: alla morte di
Antonio Mazza esso passò al nipote Marcantonio, che lo vendette a Giovanni
Antonio Capace.
Nel 1539 questi lo cedette a Fabrizio Gesualdo, conte di Conza.
Alla sua morte passò al primogenito Luigi IV e poi a Fabrizio II, principe di
Venosa. Fu poi ereditato da Isabella Gesualdo, sposa di Nicolò Ludovigi e passò
poi a Lavinia Ludovigi, che morì senza lasciare eredi.
Il paese tornò quindi al
fisco e - nel 1636 - fu venduto a Ludovisio, padre di Lavinia e principe di
Piombino; successivamente fu ceduto ad Antonio Tocco, principe di Montemiletto;
i territori tornarono poi al demanio, ormai spopolati e decimati da peste e
carestia.
Alla fine del secolo i Francesi si sostituirono agli Spagnoli e
occuparono anche Avellino, Montefusco ed altri centri irpini: il cardinale Ruffo
invase allora Sant’Angelo e riabilitò questo luogo, rendendolo uno dei paesi più
produttivi dell’Irpinia. Il feudo fu poi venduto a Marcello Spinelli per 1.400
ducati, per essere da questi ceduto al fratello Ottavio, che morì nel 1743 senza
eredi legittimi.
Il territorio tornò dunque ad essere demanio del fisco e fu
venduto a Bruno di Foggia che, nel 1760, lo lasciò in eredità al figlio Nicola;
costui lo donò al fratello Michele nel 1762, cui, nel 1780 il re Ferdinando IV
concesse il titolo, nominandolo marchese di Sant’Angelo. Con la discesa di
Napoleone, Giuseppe Bonaparte fu nominato re delle due Sicilie; egli soppresse
le baronie e nominò una commissione deputata a dividere il demanio.
Nel 1806 fu
soppressa anche la feudalità e il regno fu diviso in tredici province e il
capoluogo dell’antico Principato Ultra fu trasferito da Montefusco ad Avellino.
Con la restaurazione, Ferdinando I prese possesso di queste zone e a lui
subentrarono Francesco II e la regina Maria Sofia.
Con l’avvenuta unità
d’Italia, ad opera di Garibaldi, Sant’ Angelo visse sotto lo scettro dei Savoia.
Anche le terre irpine subirono perciò il processo di ‘piemontizzazione’, che non
produsse ivi alcun tipo di crescita. Anzi, il territorio fu sfruttato e
depauperato da una classe che aveva in dispregio i contadini locali.
In questo
periodo Sant’Angelo all’Esca diede i natali a Paolo Raffaello Troiano, filosofo
di fama nazionale, che fu generato in una famiglia di ricchi possidenti terrieri
e visse la sua infanzia in una terra semplice e autentica che, ancora oggi, si
identifica nella umiltà di costumi e nella nobiltà di tradizioni che
contraddistinguono i suoi abitanti.
Tornando al punto in questione, facciamo
ancora riferimento ai due conflitti mondiali, che sottrassero molte giovani vite
al paese: anche se esso ha saputo risorgere dalle ceneri della guerra, conta
oggi una popolazione di poco più di mille abitanti, a causa del dispendio di
tante vite umane e per il crescente tasso di emigrazione.
Infatti, da un
annuario del Regno d’Italia risulta che, nel 1916, il paese contava ben 2.378
abitanti, ed erano innumerevoli le attività artigianali che si conducevano. Il
terremoto del 1980 ha poi prostrato questa terra e l’intera Irpinia, che ancora
oggi è solcata dai segni di quel dolore: sotto le macerie morirono due persone e
il paese subì notevoli danni alle abitazioni e alle chiese, la cui ricostruzione
è però quasi interamente ultimata.
Oggi Sant’Angelo all’Esca è un ridente,
ospitale paesino, che sa dare ai suoi abitanti e ai visitatori, ancora il senso
di una temporalità sì fluente, ma non così tiranna da imperare sulle vite degli
uomini. Platone, riferendosi ai luoghi, tanto afferma in un passo delle Leggi:
“Non bisogna dimenticare che ce ne sono di superiori ad altri, che rendono le
anime migliori. Alcuni luoghi sono inospitali a causa dei venti o dell’eccessivo
calore.”; a tal proposito, si può ben dire che il clima mite e l’aria salubre
fanno di Sant’Angelo all’Esca una privilegiata terra d’Irpinia.
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settimanale.
Sindaco: Colucci Dionisio.
Segretario: Troiano Orazio.
Conciliatore: Bianco Gallucci Vincenzo - Troiano Anselmo.
Esattore: Chierici Giovanni.
Agenti dassicurazioni: Reppucci Raffaele - Colucci Gaetano.
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Avvocati: De Musis V. - Russo M.
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